Procedura di infrazione dell’Unione europea sul recepimento italiano della direttiva sul lavoro a termine (24.01.13)

Parere motivato della Commissione europea nei confronti dell’Italia del 24 gennaio 2013.

Il parere concerne l’attuazione nell’ordinamento italiano della direttiva 99/70 sul lavoro a termine, laddove, in particolare, si prevede ai sensi dell’art. 8 del d.lgs. n. 368 del 2001, di recepimento della direttiva comunitaria: “ai fini di cui all’articolo 35 della legge 20 maggio 1970, n. 300, i lavoratori con contratto a tempo determinato sono computabili ove il contratto abbia durata superiore a nove mesi”. Tale formulazione, per la Commissione, risulta in contrasto con la previsione comunitaria della direttiva del 1999 in materia di informazione e consultazione alla clausola 7, nella quale si prevede: “1. I lavoratori a tempo determinato devono essere presi in considerazione in sede di calcolo della soglia oltre la quale, ai sensi delle disposizioni nazionali, possono costituirsi gli organi di rappresentanza dei lavoratori nelle imprese previsti dalle normative comunitarie e nazionali. 2. Le normative per l’applicazione della clausola 7.1 vengono definite dagli Stati membri previa consultazione delle parti sociali e/o dalle parti sociali stesse ai sensi delle leggi, dei contratti collettivi e della prassi nazionali, vista anche la clausola 4.1 . 3. Nella misura del possibile, i datori di lavoro dovrebbero prendere in considerazione la fornitura di adeguata informazione agli organi di rappresentanza dei lavoratori in merito al lavoro a tempo determinato nell’azienda”.

In maniera particolare, si legge nel testo dell’istituzione dell’Unione europea: “la Commissione europea ha chiesto all’Italia di applicare appieno la direttiva del Consiglio sul lavoro a tempo determinato (1999/70/CE) che fa obbligo agli Stati membri di porre in atto un accordo quadro, raggiunto dalle organizzazioni a livello di UE  che rappresentano i sindacati e i datori di lavoro,  in cui si delineano i principi generali e i requisiti minimi applicabili ai lavoratori con contratto a tempo determinato.  La direttiva contiene una disposizione assoluta che impone di prendere in considerazione i lavoratori con contratto a tempo determinato in sede di  calcolo della soglia  a partire dalla quale, ai sensi delle  disposizioni nazionali,  devono costituirsi gli organi di rappresentanza dei lavoratori.  Le  pertinenti norme italiane violano i requisiti della direttiva poiché tengono conto  solo dei contratti a tempo determinato superiori a nove mesi ai fini di tale calcolo. Ciò significa che i lavoratori con contratto di durata inferiore a nove mesi non vengono conteggiati all’atto  di valutare se un’impresa sia sufficientemente grande per essere tenuta a istituire organi di rappresentanza dei lavoratori. La richiesta della Commissione si configura quale parere motivato a norma delle procedure d’infrazione dell’UE. L’Italia dispone ora di due mesi per notificare alla Commissione le misure adottate per dare piena attuazione alla direttiva. In caso contrario la Commissione può decidere di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia europea”.

Sito esterno richiamato: Unione europea.

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